Le nuove voci dei Simpson: ATTO II

L’amico Ilario Citton mi ha da poco “linkato” un articolo (pubblicato l’8 marco scorso) trovato sul web. Lo trascrivo qui di seguito (questo è il link http://www.tvblog.it/post/186491/i-simpson-doppiatori-marge-e-bart ). Più in fondo trovate le mie considerazioni.

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I Simpson, fan in rivolta per le nuove voci. Ilaria Stagni: “Mediaset se non ha i soldi chiuda programmi più brutti”

E’ passata una settimana dalla messa in onda dei nuovi episodi de “I Simpson” su Italia 1. Ed i fan dello storico cartoon non ci hanno messo molto per capire che c’era qualcosa che non tornava: le voci di Marge e di Bart sono cambiate. Come annunciato dalle dirette interessate tempo fa, Ilaria Stagni (voce di Bart) e Liù Bosisio (voce di Marge e delle sorelle Patty e Selma) non hanno rinnovato il loro contratto con Mediaset e 20th Century Fox, perdendo così il posto in sala di doppiaggio del cartone animato, a cui hanno partecipato fin dagli esordi.

Cosa è successo è risaputo: le due doppiatrici non hanno accettato un taglio del 75% sul loro contratto precedente, finendo così per essere sostituite. Ma Gaia Bolognesi (nuova voce di Bart) e Sonia Scotti (nuova voce di Marge), com’era prevedibile, non convincono i fan. E non perchè le due doppiatrici non siano capaci di fare il loro lavoro, ma semplicemente perché dopo ventitré anni di messa in onda in Italia, sentire all’improvviso i propri beniamini doppiati da nuove voci è pur sempre un “trauma”.

Il malcontento si è immediatamente manifestato su Facebook: oltre ai numerosi commenti di sostegno che la Stagni ha pubblicato sul suo profilo, è stata creata una pagina di protesta, dal nome “Cambiano i doppiatori dei Simpson? No, noi non ci stiamo”, che ha superato gli 800 likes. Ed è proprio la stessa Stagni che, in un’intervista a “Tempi”, spera che siano gli appassionati della serie a far cambiare idea a Mediaset:

“La mia speranza sono i fan. Spero che si facciano sentire, che alzino la voce e si rifiutino di accettare un’altra voce, come si fa a snaturare un personaggio in questo modo? Allora tanto vale mandare in onda la versione italiana sottotitolata.”

La doppiatrice spiega anche i motivi che hanno portato lei e la collega a rifiutare il taglio, specificando che si tratta di una battaglia a difesa della categoria dei doppiatori:

“I miei colleghi sono liberi di fare le loro scelte in libertà, ma io e Liù non avremmo potuto accettare un sopruso del genere. Mi lasci ribadire un concetto: i doppiatori italiani non ricevono un compenso milionario come quello delle voci americane. Usufruiamo soltanto di una maggiorazione sul contratto collettivo nazionale dovuta ai tanti anni continuativi di lavoro. Se Mediaset ha davvero le difficoltà di cui tanto si lamenta, forse dovrebbe tagliare trasmissioni più costose e meno belle, come il Grande Fratello, per esempio. Ci sarebbero le vie legali, ma siamo sinceri: mettere in piedi una causa mi farebbe terra bruciata attorno, io lavoro con la mia voce, un polverone del genere mi segherebbe le gambe. Mi sento sotto ricatto.”

Una speranza, quella della Stagni, che però sembra destinata a restare tale. Anche se sarebbe curioso sapere cosa ne pensa a riguardo Matt Groening, sempre attento alla cura dei suoi personaggi anche dopo anni di successo:

“Il signor Groening non sa nulla e credo che non ne sarebbe felice visto che proprio 25 anni fa è stato lui a scegliere tutto il cast di voci italiane. Purtroppo io e la mia collega non abbiamo alcun modo per contattarlo e di sicuro la produzione italiana non ci aiuterebbe a farlo.”

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Il fan è un animale strano. Spesso critica e si lamenta prima di vedere il risultato del cambiamento o senza la cognizione di causa. Si lamenta del cambiamento in sé. Nel caso specifico dei Simpson, la maggior parte dei fan non sta a sentire quanto siano brave le sostitute o analizzare il perché del cambiamento, ma si lamentano e basta!

Poi non è chiaro perché la casa produttrice “madre”, che ha, se non sempre, spessissimo l’ultima parola sulle decisioni delle edizioni italiane, abbia accettato questo cambio al doppiaggio, dopo 23 stagioni…

E poi perché il taglio al compenso? Mediaset dice di aver pochi soldi, ma la Fox?

Prima di dare giudizi e criticare bisognerebbe sapere e conoscere tutti i fattori.

Piccola provocazione. Massimo rispetto per la Bosisio e la Stagni, ma è molto strano che solo loro abbiano protestato e abbandonato la serie… Qualche maligno potrebbe pensare o che sono un po’ avide o che avevano bisogno di quei ruoli così ben pagati (dopo 23 anni!!!) perché in realtà sono doppiatrici che lavorano poco o molto poco…

Sonia Scotti, grandissima professionista (questo non si discute!) e magnifica persona, ha però una voce troppo matura per il ruolo di Marge.

Piccola precisazione: Liù Bosisio ha doppiato le sorelle di Marge, Patty e Selma, dalla 1° alla 21° stagione; dalla 22° (ultima stagine di Bosisio/Marge) le due sorelle sono state affidate ad Antonella Alessandro.

Royal Baby? Interessante, ma no, grazie.

Vi copio-incollo di seguito un post di Fabio Cavalera tratto dal suo blog Big Ben che trovate nel sito del Corriere Della Sera (ecco il link dell’articolo: http://bigben.corriere.it/2013/07/22/il-chissenefrega-comprensibile-ma-sbagliato/  ).

Ecco quello che scrive:

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IL “CHISSENEFREGA” COMPRENSIBILE MA SBAGLIATO

Mi pare che sia giusto porsi una domanda: gli italiani sono interessati al royal-baby e allo show mediatico che lo circonda?

Leggendo gli interventi nei social network, da Facebook a Twitter (utili per avere qualche indicazione), e nei commenti in “Corriere.it” si ha la sensazione che il distacco, se non addirittura il fastidio, siano predominanti.

Strano. Perché poi si consultano le classifiche dei “più letti”, i clic, e, magia, le notizie sul royal baby sono ai primi posti. C’è un po’ di ipocrisia, dinanzi a eventi del genere. Il “chissenefrega” è diffuso. Fa tendenza. C’è la rincorsa alla battuta più accattivante e simpatica, quasi a cercare l’applauso.

E’ un atteggiamento snobistico, per certi versi. Ma, se davvero “chissenefrega”, perché leggere? O perché addirittura intervenire dei dibattiti? O perché sprecare tempo per informarsi di fatti che ci sono lontani?

Si può sorvolare, si può evitare e cliccare altrove, si può cambiare programma col telecomando. Invece no. Si legge, si guarda e poi si spara il “chissenefrega”. Non vale! Comprensibile ma sbagliato.

Detto questo, resta il dubbio: è una notizia importante o no? E’ una notizia che merita spazio?

La mia risposta è semplice: la nascita di un futuro re britannico è un evento importante per il Regno Unito. Bene o male è nato colui che ne sarà il Capo di Stato. L’evento ha una dimensione istituzionale e storica.

La monarchia, a noi italiani, appare inspiegabile, noiosa, cerimoniosa, ampollosa, inutile, irritante. Ci avviciniamo ai gossip di palazzo reale come se fossero la stessa cosa dei gossip su Belen, Corona, il Grande Fratello.

Ma non è così. L’arrivo del royal baby va raccontato senza eccessi ma anche senza troppi “chissenefrega”. Mettendolo in una cornice ragionevole. Conoscere le tradizioni e o costumi di un vicino paese europeo è necessario. Significa non chiudersi nel proprio provincialismo.

I britannici sono molto legati alla loro corona. Per diverse ragioni. La monarchia (a differenza dei Savoia) non li ha traditi durante la guerra, i Windsor sono rimasti a Londra e non sono scappati (le bombe sono cadute anche nei giardini di Buckingham Palace). La monarchia Windsor, pur con tutti i suoi gravi difetti, ha saputo rimodellarsi e adeguarsi ai tempi. E’ il simbolo dell’unità del Paese, della sua stabilità e continuità. E’ rispettosa della democrazia. E costa a ogni cittadino poco più di 50 centesimi all’anno (molto meno delle nostre istituzioni più rappresentative).

La nascita del futuro re ha dunque per i sudditi del Regno Unito una valenza che va oltre i suoi contenuti leggeri di cronaca rosa e di “gossip column”. Guardando l’evento correttamente, collocandolo in una gerarchia comunicativa intelligente, spogliandoci delle ipocrisie ma senza enfatizzare perché ci sono cose più importanti, non possiamo che arrivare a una conclusione: il parto di Kate è una notizia suggestiva ma è anche una notizia destinata ad essere annotata nei libri di storia. E ignorare la storia, o peggio fingere di ignorarla, quel “chissenefrega” ripetuto a gran voce è comprensibile ma sbagliato.

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Dato che non riesco a scrivere un commento diretto al post, rispondo attraverso il mio di blog.

Signor Cavalera,

scrive un estimatore della società e della cultura british, e quando mi capita di essere a Londra mi sembra di essere a Casa (o mi piacerebbe che Londra fosse come Casa). Quindi non sono decisamente contro l’Inghilterra.

Sono d’accordo che sembra ipocrita leggere così tante derisioni e allo stesso tempo verificare così tanti clic sulle notizie riguardanti il bebè; ma è un po’ ingenuo ritenere che quegli utenti che scrivono battute e i vari “chissenefrega” siano gli stessi che poi vanno leggersi i suddetti articoli. Parlare, scrivere, criticare una data notizia che essenzialmente non ci interessa è un modo di esprimere le proprie opinioni. Scrivere una battuta riguardante una persona o un evento o un argomento che non ci interessa e/o critichiamo si chiama SATIRA. E’ una branca antichissima della comicità.

Personalmente ho trovato assurdo, sciocco e ridicolo che testate giornalistiche e telegiornali abbiano morbosamente dedicato così tanto spazio a un evento, ripeto, così lontano da noi e il perché è proprio contenuto in un passaggio del post “[..] la nascita di un futuro re britannico è un evento importante per il Regno Unito.”. Esatto! Per il Regno Unito. Riguarda la loro Storia, la loro società, il loro futuro.

Provinciale non è uno che non si interessa del Royal Baby, è piuttosto uno che vive l’evento come se gli appartenesse, come se dopo il lieto evento il suo proprio  futuro sia diverso, migliore.

Fingere di essere legati a una tradizione che non ci appartiene è imbarazzante.

In conclusione, bisogna prendersela con quei direttori di Tg e con quei redattori italiani che ci hanno assillato con questo parto reale, spogliandolo di quella importanza “tutta-britannica”, trasformandolo in un importantissimo gossip; e non prendersela con chi goliardicamente commenta l’evento (badate bene, gli insulti gratuiti sono da aborrire!). Bastava che ci dicessero: “È nato il futuro re del Regno Unito” e i “chissenefrega” non sarebbero apparsi ne web.

Libri vs. E-book

e-bookIl titolo è un po’ provocatorio.

In realtà non è vero scontro tra i due “supporti”, non c’è una guerra in corso, non ci sarà un solo superstite (perché non è detto che il sopravvissuto sia anche il vincitore…). E non c’è scontro anche perché il vincitore c’è già: il libro cartaceo.

È vero, l’e-reader è leggero, sottile, permette di racchiudere in pochi byte un’intera biblioteca, è maneggevole, sta tranquillamente in borsa, nella borsetta, nello zaino, nella tracolla, nella ventiquattrore, in mano… Poco peso, piccole dimensioni. La spesa iniziale per l’apparecchio e le manciate di € per gli e-book portano comunque a risparmiare piuttosto che comprare quegli stessi titoli in versione cartacea. È altrettanto vero che i libri cartacei ultimamente costano tanto, troppo, soprattutto le novità editoriali.

Ma l’e-reader non è il futuro, non crea nuovi assidui lettori. Mi spiego.

Chi leggeva poco, nulla (o solo i libri di Fabio Volo), magari è interessato al mondo dell’e-book, solo per il semplice fatto che è un apparecchio tecnologico! Si comprano entusiasti l’e-reader dicendo agli amici “eeeh, così sì che leggo, chi me lo fa fare di mettermi in borsa e portarmi in giro un tomo di carta pesantissimo?!”. Leggeranno gli e-book gratis già inseriti nell’apparecchio elettronico. Una volta terminati quei libri a loro disposizione, non perderanno tempo a ricercare altri e-book, ma perderanno, invece, l’interesse e si dimenticheranno di quel gioiellino tecnologico che li ha resi tanto fieri nel momento dell’acquisto. Quindi, chi non leggeva prima i libri di carta, non inizierà a leggere grazie all’e-book, perché l’Attività della Lettura non appartiene a quelle persone.

Discorso diverso invece per chi già legge il cartaceo e si avvicina alla lettura digitale.

Inizialmente si avvicina per curiosità. Poi succedono due cose, e due soltanto. O abbandona l’e-reader in qualche anfratto dell’armadio o fa convivere sul suo stesso comodino il libro di carta e il libro di silicio. E questo perché? Perché il Vero-Lettore e la Vera-Lettrice leggono tanto, tutto e molto,  e non possono fare a meno di tenere tra le mani un libro stampato (o rivista, giornale…), perché sa che oltre al racconto o al saggio c’è un pizzico di poesia nel toccare la carta, nell’accarezzare la copertina, nell’odorare le pagine, nel rovinare per sbaglio gli spigoli perché lo si è portato in borsa, a volte nel segnare piccole annotazioni o nell’evidenziare alcuni passaggi… il libro e la carta vengono vissuti.

Nel futuro ci sarà sempre spazio per i libri cartacei.

Potranno chiudere librerie perché non vendono, i prezzi di copertina delle novità editoriali saranno sempre più alte, potranno anche aumentare i costi per le case editrici, e magari alcune di esse sceglieranno di non pubblicare più su carta… tutto può succedere! Di questi tempi, poi…! Ma i libri stampati non moriranno. Ci sarà sempre qualcuno che li comprerà, magari aspettando sconti e riduzioni, ma chi ama la Lettura e il Libro non ci rinuncerà.

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(Sono più portato a pensare che spariranno quotidiani e riviste, perché ormai la Rete e le notizie che ci viaggiano rendono obsolete notizie stampate la notte prima, il giorno prima, il mese prima.)

L’e-book rimarrà sospeso nel mercato perché, ripeto, è indubbiamente comodo e fa risparmiare sia soldi sia peso. Ma nulla più. Non aggiunge nulla alla Lettura, anzi la riduce a una asettica attività. Invece leggere un vero libro di carta è un’esperienza.

E-reader e e-book avrebbero trovato la loro vera e unica utilità se fossero stati inseriti nelle scuole, evitando di far (sop)portare chili e chili di cultura alle schiene di bimbe e bimbi. Ma gli interessi economici degli editori scolastici sono decisamente più importante delle giovani schiene…

In conclusione? La lettura del libro cartaceo è intramontabile.

LA MIA PILA DI LIBRI: post in progress

Questa lista raccoglie i miei libri preferiti, quelli che mi son piaciuti particolarmente e che meritano un posto speciale, e non solo in senso metaforico.pile of textbooks

  • Storia della mia fuga dai piombi; Giacomo Casanova
  • Casino Royale; Ian Fleming
  • Il Venditore Di Armi; Hugh Laurie
  • Frankenstein, Mary Shelley
  • Il Dottor Jekyll e Mr. Hide; Robert Louis Stevenson
  • Prove D’Autore; raccolta di “mini-drammi” di Harold Pinter
  • Il Profumo; Patrick Süskind
  • Non Tutti I Bastardi Sono Di Vienna; Andrea Molesini
  • È Nata Una Star?; Nick Hornby
  • Gli Amanti Timidi; commedia di Carlo Goldoni
  • Venezia Impossibile – 1989: Il Serenissimo Principe Fa Sapere Che…; Marco Toso Borella
  • Shining; Stephen King
  • Dalia Nera; James Ellroy
  • L’Ultima Legione; Valerio Massimo Manfredi
  • L’Ipnotista; Lars Kepler
  • I Rinnegati; raccolta di 3 racconti brevi scritti da Marco Paracchini
  • Il Fantasma dell’Opera; Gaston Leroux
  • L’Alternativa del Diavolo; Frederick Forsyth
  • Psycho; Robert Bloch
  • Carta Bianca; Jeffery Deaver
  • L’Ombra; Roger Hobbs
  • Monuments Men; Robert M. Edsel (con Bret Witter)
  • Agosto, Foto Di Famiglia; dramma di Tracy Letts
  • Non Buttiamoci Giù; Nick Hornby
  • Le Indagini di Kenzo Tanaka; Marco Paracchini
  • Supernotes; Luigi Carletti, Agente Kasper
  • Novecento; Alessandro Baricco
  • La Lista Nera; Frederick Forsyth
  • L’Amore Bugiardo; Gillian Flynn
  • Uno Stupido Angelo; Christopher Moore
  • Smith & Wesson; dramma di Alessandro Baricco
  • Il Fantasma di Manhattan; Frederick Forsyth
  • Lo Strano Caso del Cane Ucciso a Mezzanotte; Mark Haddon
  • Tutti Mi Danno del Bastardo; Nick Hornby
  • Omicidio a Whitehall; Sarah Pinborough
  • Lettere dall’Inferno: la storia di Jack Lo Squartatore; saggio di Gian Luca Margheriti
  • La Sovrana Lettrice; Alan Bennett

I Rinnegati

Marco Paracchini - i Rinnegati - il Giappone come non lo avete mai lettoHo letto I Rinnegati di Marco Paracchini per pura curiosità.

In quarta di copertina sono stati stampati titoli e trame dei tre racconti che compongono questo volume. Sono state proprio le trame a originare quella mia curiosità. Inoltre sulla copertina c’è anche il sottotitolo “Il Giappone come non l’avete mai letto“. Non credo di sbagliare se dico di non aver mai letto nessun romanzo o racconto proveniente dal Sol Levante; il Giappone mi affascina, mi piacerebbe visitarlo, mi piace la coesistenza del “Moderno” e del “Tradizionale”, mi piace la cucina giapponese, ma non mi reputo un appassionato di quel paese.

Paracchini invece lo è e n’è anche un grande esperto. Ma l’autore è anche un giovane regista con una formazione artistica internazionale, è sceneggiatore, è insegnante di regia e di comunicazione cinematografica, e le sue competenze arrivano fino alla comunicazione per immagini, alla scrittura creativa e alla produzione cinematografica.

A volte mi trovo a dire che il romanzo che ho letto è molto cinematografico (lo avevo già scritto nel secondo post dedicato al romanzo di Lars Kepler L’Ipnotista), con questo intendo che l’autore accompagna il lettore attraverso descrizioni essenziali, immediate e pulite, movimentando i personaggi durante un dialogo e presentando ambientazioni che facilmente il lettore può “vedere” nella sua mente. I tre racconti presenti ne I Rinnegati sono decisamente cinematografici (forse proprio per le competenze cinematografiche dell’autore?!?).

Marco Paracchini nei tre racconti ha una prosa diretta, senza fronzoli, con uno stile narrativo che si adatta alle tre rispettive epoche, e ci racconta l’Onore e la Vendetta, la Rabbia e la Paura, di gesta e di personaggi “umani”, sono uomini e donne comuni, discutibili e criticabili, ma tutti accomunati dalla caratteristica di essere dei borderline, dei perdenti (se l’autore mi passa il termine), dei… rinnegati.

I 5 Ronin è un racconto noir, con alcune sfumature hard-boiled. Cinque criminali, molto abili nelle loro specialità, vengono ingaggiati da un uomo misterioso accompagnato da una giovane ragazza, per mettere a segno una grossa rapina ai danni di una famiglia Yakuza. Dopo un paio di anni dal colpo i  cinque ronin verranno assassinati uno a uno… Chi è il killer sulle loro tracce?

La vendetta dello Shinobi ci riporta al Giappone feudale. Keinzo è un giovanissimo ragazzo che sopravvive allo sterminio della sua famiglia e di tutto il suo villaggio, e grazie agli insegnamenti di un vecchio e saggio guerriero diventerà uno shinobi e otterrà la sua vendetta. Ma a quale prezzo?

Cronache di un pilota ci porta in un futuro non proprio lontanissimo. L’ordine mondiale è cambiato e sono esistiti degli enormi, corazzati e armati robot antropomorfi, guidati da piloti altamente addestrati, che hanno difeso per anni l’umanità da minacce extraterrestri. Ma perché ora i robottoni sono diventati pezzi da museo e i loro piloti dimenticati? Cos’è successo?

Pur non essendo io cresciuto con gli anime (i cartoni animati giapponesi) dei famosi robottoni degli anni ’70, del calibro di Mazinga, Goldrake, Daitarn 3 e compagnia, l’ultimo racconto è quello che mi è piaciuto di più. Mi è piaciuta l’ipotesi sul futuro ordine mondiale, la vicenda in sé, lo sviluppo del racconto, i colpi di scena… anche perché non tutto quello che succede… basta! Non vi scrivo altro!

E non voglio svelar altro in generale perché questo è un libro che merita di essere letto, non solo da chi ha un’attrazione spregiudicata verso il Giappone, ma anche da chi apprezza l’originalità e una narrazione da una parte  adulta e matura, dall’altra semplice, lineare e completa.

Marco Paracchini è un autore da tener d’occhio. Speriamo di aver presto altri suoi racconti.

Sayonara.

Il giovane Bond

Ebbene sì, sono un “bondiano“, ovvero un appassionato di James Bond.

Ma non voglio raccontarvi della mia passione e neanche sviluppare una lezioncina sul personaggio e/o sulla sua storia. No. Vi dico solo che James Bond non è solo un personaggio cinematografico, è prima di tutto e soprattutto un personaggio letterario. Nei primissimi anni ’50 nella sua tenuta giamaicana chiamata GoldenEyeIan Fleming (ATTENZIONE! In “Ian” l’accento tonico cade sulla “i“, quindi si legge “ìan” e non “iàn“) decide di “scrivere la spy-story che metterà fine alle altre spy-story”. Inizia prendendo ispirazione dalle sue esperienze di spionaggio durante la II° Guerra Mondiale. Bene, il personaggio e le trame ci sono. Che manca? Un nome. Sulla sua scrivania c’è un manuale illustrato sugli uccelli che popolano l’isola. L’autore ha un bel nome. James Bond. Perfetto. Questo personaggio, questa spia, questo eroe si chiamerà James Bond! Nel 1953 Fleming pubblica il primo romanzo di una lunga serie. Si intitola Casino Royale. Un best-seller. E James Bond diventa uno dei nomi più famosi al mondo.

Dall’anno del debutto fino al 1965, Fleming pubblicherà 12 romanzi e due raccolte di racconti brevi. Successivamente il personaggio nella sua versione letteraria venne affidato (in ordine cronologico) a Robert Markham (pseudonimo, in realtà si tratta dello scrittore Kingsley Amis), Christopher Wood, John Gardner, Raymond Benson, Sebastian Faulks, Jeffery Deaver e a William Boyd (il suo romanzo, Solo, sarà pubblicato nell’autunno di quest’anno). Ma sono stati pubblicati anche altri “progetti letterari” legati a Bond; per esempio le serie di The Moneypenny Diaries e di Young Bond. Ed è proprio quest’ultima serie la protagonista di questo post.

Dopo Benson, la Ian Fleming Publications (che, detto in maniera sbrigativa, detiene i diritti letterari James Bond) decide di affidare la-spia-più-famosa-del-mondo a Charlie Higson. Ma non si tratterà del solito Bond, bensì di un giovane Bond: la serie si chiamerà, appunto, Young Bond. E’ assurdo pensare che la Ian Fleming Publications e Higson abbiano voluto fare una sorta di prequel letterario dei romanzi di Fleming, non è stato così. Fleming non ha mai raccontato dettagliatamente l’infanzia di James Bond, ha dato giusto le informazioni necessarie per inquadrare meglio il suo personaggio. Higson quindi, partendo proprio da queste scarne informazioni, ha creato un passato ipotetico per il nostro giovane James, facendogli affrontare, agli inizi degli anni ’30, non solo la difficoltà di concentrarsi alle lezioni dell’Eton College, ma anche una serie di attività extracurricolari che prevedono il salvataggio di compagni di scuola e l’impedire l’attuarsi di folli piani orchestrati da menti folli di folli malvagi. Higson non tiene nemmeno in considerazione il passato di Bond narrato nel pastiche letterario di John PearsonJames Bond: The Authorized Biography of 007 (mai arrivato e tradotto in Italia!).

La serie Young Bond è indirizzata ai giovani lettori. L’intento è stato ovviamente quello di avvicinare le nuove generazioni a uno dei personaggi più importanti della cultura popolare, proprio come era successo tra il ’91 e il ’92 con la serie a cartoni animati James Bond Junior (qualcuno se la ricorda? L’immagine qui a fianco potrebbe aiutarvi…), con protagonista il nipote della della spia inglese (nipote? mah…!)poster . Dal 2005 al 2008 Charlie Higson fa pubblicare i 5 romanzi previsti dall’accordo stipulato con la Ian Fleming Publications, ovvero SilverFin, Blood Fever, Double Or Die, Hurricane Gold e By Royal Command.

In Regno Unito la serie ha avuto successo ed è stata seguita con attenzione. Esiti soddisfacenti anche negli USA. In Italia? Mi verrebbe da scrivere, un bel flop.

Mondadori inserisce Young Bond nella sua collana Mondadori Junior. Sfortunatamente lo scarso interesse per la serie costringe la Mondadori a interrompere la pubblicazione con il terzo libro; vengono dunque pubblicati solo SilverFin – Missione Segreta, Sete Di Sangue e Spara O Muori, lasciando fuori gli ultimi due capitoli, impedendo così ai lettori italiani di poter concludere l’arco narrativo di Higson. Peccato.

Young Bond 1 SILVERFINYoung Bond 2 SETE DI SANGUEYoung Bond 3 SPARA O MUORIPeccato perché io li ho letti, avendo già letto TUTTI i romanzi di Bond,da Fleming a Benson, e ho trovato molto interessante il percorso intrapreso da Charlie Higson. Fedele a Fleming, lo scrittore descrive un giovane silenzioso e triste, che è dovuto (e deve!) crescere in fretta perché, nonostante gli amici di Eton e alla zia, James è solo. Le imprese e le situazioni che deve affrontare, oltre a essere degne della sua controparte adulta, sono per lui un modo per essere sé stesso, attraverso le sue azioni fa emergere una sicurezza che non sa di avere, sfidando i folli adulti che incontra afferma il suo carattere. Tenendo ben chiaro in mente che questi romanzi sono indirizzati a lettori under 15, non li ho trovati per nulla superficiali. A mio parere è anche chiaro che Higson abbia riletto e ripassato i romanzi del “papà di Bond”, perché non solo, come ho già scritto, ne rispetta letteralmente il personaggio, ma ha anche le stesse capacità di narrazione, di descrizione e di creare suspence, tipiche di Fleming. Insomma, sembra di leggere Fleming che scrive per ragazzi. Inoltre Higson inserisce nei suoi racconti tutta una serie di particolari che solo un conoscitore di Bond riesce a cogliere, come se fosse un codice segreto per riconoscersi tra bondiani. Un esempio per farvi capire che intendo:

Questo è l’inizio di Casino Royale di Fleming:

Fumo, sudore: alle tre del mattino l’odore di un casinò dove si gioca forte è nauseante. Sarà l’odore, o il fumo, o il sudore. Di fatto, il logorio interiore tipico dell’azzardo – un misto di avidità, paura e tensione – diventa intollerabile. I sensi si risvegliano e si torcono per il disgusto. […]

Ora l’inizio (non proprio l’inizio, prima c’è un breve preabolo) di SilverFin di Higson:

L’odore, il rumore e la confusione in un atrio pieno di studenti possono risultare insopportabili, alle sette e mezzo del mattino. Quel giorno, in particolare, l’odore era la cosa peggiore. Da quella massa disordinata saliva un tanfo di sudore, di alito cattivo e di corpi non lavati che andava a mischiarsi a quello dell’acido fenico e di cera per pavimenti della scuola, vecchia di duecento anni. […]

Notate qualche somiglianza?

Attualmente i tre volumi pubblicati in Italia sono fuori catalogo. Le uniche possibilità sono di spulciare le rimanenze delle librerie, di cercarli nelle bancarelle di mercatini e fiere e di concludere un affare tramite i siti di vendita on-line.

Piccola curiosità. Charlie Higson è anche sceneggiatore e autore televisivo. Nel palinsesto autunnale di quest’anno dell’emittente inglese IVT andrà in onda un episodio della serie dedicata alle indagini di Miss Marple intitolato Marple: A Caribbean Mystery, nel quale la nonnina investigatrice conoscerà non solo Ian Fleming (interpretato da Jeremy Crutchley), ma anche l’ornitologo James Bond, interpretato proprio da Higson (che è anche uno degli sceneggiatori della serie).

MISS_MARPLE_CARIBBEAN_MYSTERY_70(nella foto: Charlie Higson, nel ruolo dell’ornitologo James Bond, e Julia McKenzie, nel ruolo di Miss Marple)